Il Lavoro di Terapia in Equipe

Perché è utile condurre una terapia con un’equipe? Che vantaggi porta?

Io e la mia collega, d.ssa Francesca Scabbia, collaboriamo per la conduzione delle terapie di coppia e famigliari.

Portare avanti un lavoro con due terapeuti significa essere contemporaneamente nella stanza con i pazienti, alternandoci nel porre domande, nel condurre la conversazione e nel fornire risposte. E’ molto importante che almeno uno dei due professionisti tenga sempre ben attivo un ruolo di osservatore, con particolare attenzione alle dinamiche, alle relazioni e soprattutto a come i terapeuti stessi risultino coinvolti nel processo.

Una componente essenziale del lavoro in equipe sono i momenti di confronto tra i membri. Infatti spesso accade che io e la collega usciamo dalla stanza della terapia per poterci confrontare, condividere pensieri, pianificare strategie di intervento, richiamare l’attenzione rispetto a reazioni dei pazienti, riportare risonanze particolari o ricondividere obbiettivi.

Come la grandissima maggioranza dei lavori, la cooperazione porta risultati migliori. Ad esempio l’irrigidimento che una mamma mostra quando il figlio è affettuoso con il papà, può sfuggire a me, ma essere notato dalla mia collega e può diventare un importante elemento per la costruzione di un’ipotesi.

E’ inoltre interessantissimo il lavoro che si può fare con le nostre emozioni, può infatti capitare che un determinato intervento di un paziente ci faccia arrabbiare entrambi, o che un altro renda triste lei e allegro me, e la differenza o la congruenza di emozioni diventano degli indicatori preziosi per noi.

Ovviamente la fiducia e la conoscenza reciproca tra i due collaboratori deve essere ben cementata, soprattutto per quanto riguarda il confronto rispetto alle risonanze, che magari hanno a che fare con la storia personale o famigliare.

Con il doppio delle teste che lavorano su una famiglia, o su una coppia, abbiamo a disposizione il doppio delle idee, il doppio delle tecniche, delle conoscenze autoriali a disposizione etc.

Ma il concetto sul quale mi preme soffermarmi oggi è quello di “base sicura”. E’ questo un concetto ben noto a chi è del campo, elaborato da John Bowlby nel 1969, si riferisce al rapporto tra la mamma e il bambino che muove i primi passi, il quale per poter esplorare il mondo senza ansia e terrore, deve poter avere un appoggio e un conforto sicuro verso il quale rivolgersi nel momento in cui incontri avversità e ostacoli.

Byng – Hall nel 1995 parla del gruppo di supervisione come base sicura: “l’obiettivo della supervisione è, per coloro che se ne occupano, un modo per esplorare le tecniche di terapia della famiglia e per improvvisare le proprie variazioni”. Continua affermando che il gruppo deve essere percepito come abbastanza sicuro da consentire di procedere con l’esplorazione delle idee e dei tentativi terapeutici del singolo, sapendo di poter trovare un accoglimento e un conforto.

La mia collega, tra gli altri aspetti, rappresenta per me una base sicura, grazie alla quale posso muovermi all’interno della terapia, proporre soluzioni innovative, lanciarmi in ipotesi azzardate o produrre interventi diretti, sicuro del fatto che ho una persona accanto in grado di fungere da contraltare.

Durante il percorso terapeutico abbiamo spesso a che fare con i nostri limiti e le nostre fragilità e mentre accogliamo i limiti e le fragilità dei nostri pazienti è rassicurante poter avvalersi di una persona che possa tenere a mente i tuoi e utilizzarli in modo prolifico per la terapia. Sono infatti profondamente convinto che un terapeuta che percepisce una sensazione di grande sicurezza, sarà un terapeuta che indubbiamente svolgerà un lavoro migliore e più libero da precomprenisioni e paure.

E’ possibile contattare la mia collega, D.ssa Francesca Scabbia,

psicoterapeuta che riceve a Torino in via SantOttavio 53,

al numero 3485732986, oppure visitando il sito https://www.studiopsicologatorino.net/

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