Non so perché sto scrivendo qui forse ho solo paura di dimenticare o forse è altro..la cosa che mi fa più male di tutte da sempre non è proprio far del male alle persone. Sarei falso se dicessi ciò, ma è farlo senza rendermene conto. Ho passato l’adolescenza a trattare male i miei e ci ho messo 5 anni a rendermene conto, pensavo di aver ragione a quel l’età, pensavo che fosse l’unico modo per aver l’attenzione sulle cose che erano importanti per me o meglio sulle cose che facevano male a me. Ho iniziato ad avere rancore a quell’eta rancore verso gli amici che non avevo avuto perché mi escludevano sia alle medie che alle superiori o peggio che mi chiamavano per umiliarmi, umiliazione che sicuramente avrò fatto per primo ma che non ricordo…e dal rancore ho iniziato a odiare tutti, odiavo il mondo intero, ormai non vivevo più d’ altro che non fosse odio…ma è lì dalle medie che è iniziato l’odio, non solo verso gli altri, ma verso me..Il me che era letteralmente caduto dalle nuvole, il me che si credeva accettato e amato. Non me ne sono mai reso conto che il problema fossi io, ma poi i fatti iniziarono a parlare da soli e dopo un po’ te ne accorgi, e io me ne accorsi. Non sapevo assolutamente quale fosse il problema. E fu li che risposi, inconsciamente ,con l’unica arma che allora avevo a disposizione staccarmi dalle mie azioni e diventare le azioni che gli altri volevano che io facessi, imparai ad essere quelle Azioni che gli altri si aspettavano da me, è così che iniziai a mettere delle maschere e a diventare “camaleonte” ed ormai assoggettato così tanto dal giudizio delle persone da mostrare solo più uno specchio di come mi avrebbero voluto vedere. Avevo già capito che per “fragare” gli altri e dare loro ciò che volevano non dovevano accorgersi della mia maschera, così istintivamente iniziai a studiare i più piccoli e più deboli che erano come me, che volevano l’approvazione degli altri e capii cosa sbagliavano e perché non riuscivano a “fregarli”… Mi auto-convincevo al limite dell’auto-ipnosi che io dovevo essere quello che leggevo in loro, quello che loro volevano, tradotto in: coinvolto ma disinteressato a dosi personali e personalizzate…Per un po’ andò bene specialmente con le ragazze e gli adulti in assoluto i più facili da “fregare”, ma gli unici con cui ancora non riuscivo ad essere integrato erano i miei coetanei maschi, non so come mai ma da sempre sono stati gli unici a vedermi per quello che sono: debole e bramoso di giudizi positivi. Oggi, stanco e meno falso mi guardo allo specchio, e ciò che vedo sono “gli altri” non vedo me e ciò mi sta pesando tanto quanto la gravità su Giove. E oltre al peso sento la paura, paura di essermi perso per stare dietro ai giudizi degli altri.. De Andrè diceva rivolgendosi ai drogati: “ Ho giocherellato a palla con il mio cervello” e sento che questa è la frase che più mi appartiene. Oramai mi sento come la caricatura dei bisogni, dei modi di fare o degli atteggiamenti degli altri…non so assolutamente chi sono. Sono già nella fase della mia vita dove sto imparando ad accettare parti di me, ma il problema è che non so più cosa vuol dire ME. Paradossalmente questo che ho scritto è l’unica cosa sicura che so di me..L’unica cosa che mi tiene in piedi ora, sono gli amici veri che ho coltivato con fatica e che posso assicurare valgono più del Rivotril. Sono la mia ancora, insieme alla ricerca della serenità. Ma ancora una volta mi devo appoggiare agli altri e questo non so quanto mi sia utile. Ho bisogno di trovare un metodo. Un metodo per conoscermi.

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