Un corridoio buio, pareti insanguinate, oggetti distrutti dappertutto. In mano hai solo una torcia e una pistola. Tutto sembra tranquillo, ma in un attimo ti ritrovi assalito da decine di zombie che ti attaccano, facendoti vibrare le mani fino alla fatidica frase GAME OVER. Chi di noi non ha mai provato un videogioco simile? Magari per qualcuno si potrebbe sostituire questo incipit con uno stralcio di telecronaca calcistica o automobilistica, ma il discorso non cambierebbe. In una realtà digitale come la nostra che punta a diventare virtuale in un futuro non troppo lontano, il videogioco è stato (ed è tutt’ora) l’innovazione più grande nell’intrattenimento di grandi e piccoli. Questo perché il vero potere attrattivo di un videogame, sia esso ad ambientazione sportiva, bellica, fantastica o quant’altro, consiste nella capacità di allontanarci un po’ dalla “realtà reale” di tutti i giorni. Quanti di noi tra i banchi di scuola non sognavano di essere la prossima stella calcistica o il prossimo motociclista famoso? E chi non adorava farsi uccidere in Normandia durante il D-Day , al posto di studiare la Seconda Guerra Mondiale sui libri? Non c’è dubbio: se è vero che è la routine di tutti i giorni a renderci la nostra vita un po’ più difficile, i videogiochi sono un’ottima risposta. E proprio come da piccoli si cercava di fuggire dalla scuola, oggi vedo spesso uomini d’affari che in giacca e cravatta recuperano Pacman o Bubble Puzzle sul loro smartphone e “fuggono” dalla routine tra una fermata e l’altra della metro. Lo scappare da una realtà che a volte sentiamo stretta rischia, però, di essere portato all’esagerazione. Se vincere la Champions League, sopravvivere alla battaglia delle Termopili o sbloccare la nuova astronave diventano le nostre priorità, allora forse stiamo esagerando. Il fuggire momentaneo può facilmente trasformarsi in un abbandono totale alla finzione, tralasciando la realtà e noi non possiamo (né dobbiamo) permetterlo. E’ molto semplice per i genitori accendere lo schermo e lasciare i figli là davanti, spesso si sente dire: ”una volta era meglio, si andava fuori a giocare”, ma è sempre vero? Io mi ricordo che quando io ero piccolo ci si lamentava perché i bambini stavano troppo davanti alla televisione, cambia poi molto lo stare davanti allo schermo o interagire con esso? Io non credo, credo invece che molti videogiochi stimolino l’intelligenza, la prontezza, la capacità di cavarsela e la conoscenza dell’inglese. La verità è che la differenza sta nel significato e nella condivisione. Il significato che le persone riescono dare a qualsiasi attività facciano e la condivisione con gli individui attorno a noi. Il problema non è tanto il videogioco in sé, ma l’isolamento dalla società che spesso esso porta e il fatto che si scambino rapporti virtuali con i rapporti reali. Ben venga quindi il bimbo davanti al videogioco o alla televisione se al suo fianco ha dei genitori che riescono a rendere significativa l’esperienza condividendola con lui. Ben venga l’adolescente incollato per due ore davanti al PC se al termine della partita esce di casa con gli amici o si mette a chiacchierare con il fratello. Ben venga anche l’adulto, purchè il videogioco non costituisca la sua unica realtà ricreativa. Dott. Federico Posa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *